Homepage ROMA & PROVINCIA Civitavecchia, Processione del Cristo Morto tra sacralità della Passione di Gesù e...

    Civitavecchia, Processione del Cristo Morto tra sacralità della Passione di Gesù e tradizione storica dei penitenti

    8:37 am
    SHARE

    CIVITAVECCHIA – Tantissime le persone presenti all’annuale appuntamento di fede della Processione del Cristo Morto. Una serata cupa, alternata da momenti intensi di pioggia, ha fatto da cornice al tradizionale evento del Venerdì Santo, che si rinnova annualmente grazie all’organizzazione dell’Arciconfraternita del Gonfalone, la partecipazione della Confraternita di Santa Maria dell’Orazione e Morte, i “misterini” trasportati da fanciulli, tantissimi “incappucciati penitenti”, decine e decine di figuranti che hanno rievocato i protagonisti della Passio, Istituzioni religiose, civili, rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, le bande musicali cittadine e, novità di quest’anno, la partecipazione del gruppo Portatori della Statua della nostra Patrona Santa Fermina.

    Portatori della statua di Santa Fermina 

     

    Passione di Gesù, tra Morte e Resurrezione

    Nella Processione del Venerdì Santo si fondono due elementi: la rappresentazione del Sacro, con il Mistero della Passione di Gesù e le Tradizioni, che attingono anche dalle nostre radici storiche. Inevitabile formulare alcune riflessioni ed analisi relative ad aspetti del contesto che si sta per affrontare. Il Sacro lo ripercorriamo mediante la rappresentazione della Passione stessa, con uno dei due Misteri che fondono il Cristianesimo: dolore, martirio, agonia, crocifissione, deposizione e successiva Risurrezione di Gesù. Elementi, quelli appunto della Passio, che si trovano all’interno dei Vangeli (nei capitoli: Matteo 26-27; Luca 22-23; Marco 14-15; Giovanni 18-19).

    La Tradizione si rinnova con i Condannati Penitenti

    Penitenti, foto di Manola Solfanelli

    La parte relativa alla rievocazione delle nostre tradizioni subentra, in particolar modo, con il corteo dei “Condannati Penitenti”. Quest’ultimo aspetto abbisogna di un’analisi. Attraverso il recupero di documenti storici siamo dinnanzi ad una vera e propria evoluzione della figura del “Condannato Penitente”. Nella prima metà del XVII secolo il Pontefice insignì l’Arciconfraternita del Gonfalone di Civitavecchia, allora attiva nell’assistenza dei condannati nelle carceri del Porto, del potere di concedere annualmente la grazia a coloro che dovevano essere giustiziati. La tradizione che ci è stata tramandata vuole che tutti i condannati a morte venissero convocati e fossero incappucciati per non farsi riconoscere. Nel caso in cui sentivano il tocco di una mano sulla loro spalla, quello era il segnale che avevano ottenuto la grazia, quindi il raggiungimento dell’agognata libertà in un “ritorno alla vita”.

    L’Evoluzione delle Punizioni Corporali fino ai giorni nostri

    Nella descrizione dettagliata fornita dal domenicano Padre Labat, risalente agli inizi del Settenceto, egli narra con dovizia di particolari detta Processione ed informa che i Condannati si fustigavano con “grande effusione di sangue”. Quindi venivano adottate delle vere e proprie Punizioni Corporali atte ad espiare gravi colpe. Un altro tema dibattuto è il periodo in cui si fa risalire detta forma di punizione; alcuni sostengono al tempo della civiltà egizia, altri ai Greci, ma anche ai Romani. Ne vediamo la proliferazione anche in epoca medievale. In realtà, a quando risalgono? Al tempo di Re Salomone: vissuto a Gerusalemme tra il 1011 a.C. ed il 931 a.C. e che fu il terzo Re d’Israele, secondo figlio di Re Davide e Betsabea, regnò su Israele per 40 anni (circa dal 970 al 930 a.C.) “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” ed anche “Non risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuoti con il bastone non morirà; anzi, se lo batti con il bastone, lo salverai dal regno dei morti” (Proverbi 13:24; Proverbi 23: 13-14). Oggigiorno non vediamo “effusioni di sangue” come descritto circa tre secoli fa da Labat ma, in un’ottica di evoluzione del metodo, possiamo percepire – seppure come spettatori – l’aspetto relativo al dolore ed alla fatica. Basti pensare alle modalità attraverso le quali gli “incappucciati penitenti” affrontano la Processione: completamente scalzi, indossando pesanti catene alle caviglie e portando in spalla una croce di legno. Elementi che annualmente vengono rievocati, il Venerdì della Settimana Santa, per ricordare gli ultimi momenti della vita di Gesù.

    Servizio esclusivo – Riproduzione riservata