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    Intervista al Prof. Naldo Anselmi autore del libro “Una favola che si fa vita. Dai campi al campus”

    9:28 am
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    Intervista al Prof. Naldo Anselmi autore del libro di narrativa Una favola che si fa vita. Dai campi al campus. Un documento che affronta aspetti storici, sociali, culturali e antropologici del mondo rurale dell’Italia Centrale. Un percorso che si snoda in un arco temporale di un quarto di secolo del Novecento, nel quale l’autore rivela aneddoti, difficoltà, opportunità, usi e costumi.

     

    Come nasce questo interessante progetto editoriale?

    Sconfortato da questa nostra società povera di valori e certezze, con giovani spesso deboli e confusi, con una famiglia poco presente o iperprotettiva, una scuola non più autorevole, istituzioni poco attente e media straripanti e diseducativi, ho voluto raccontare una storia sviluppatasi negli anni cinquanta-sessanta caratterizzati da un mondo e un’Italia lontani anni luce dal presente, che eppure hanno formato giovani e generazioni di grande coraggio e spessore. Ho voluto riportare alla luce l’orgogliosa civiltà rurale di un piccolo Paese umbro, quando la vita era grama, faticosa, a volte condizionata da superstizioni e da un inevitabile cinismo, ma ingegnosa e piena di allegrezza, solidale e con grandi ideali, che buona parte dei giovani d’oggi ben poco conosce. E là si esaudisce un desiderio, quello di un ragazzo contadino, povero, che aspirava a studiare, e ci è riuscito grazie alla sua grande forza di volontà, ad una famiglia sana, ad una scuola illuminata, agli aiuti di tante persone e di benevole istituzioni.

     

    Puoi raccontare qualche aneddoto che hai affrontato nel libro?

    Nel fil rouge delle vicissitudini di un ragazzo che per impossibilità economiche è ripetutamente costretto a troncare gli studi per poi, ogni volta, riuscire con grande forza di volontà a riprenderli, fino al conseguimento della laurea, innumerevoli sono gli aneddoti che riguardano la precarietà, le virtù, le tradizioni e le usanze della vita rurale, la scuola, i fermenti socio-politici degli anni sessanta.

    Tra decine e decine di ricordi tremi stanno particolarmente a cuore. Il primo riguarda un avvenimento verificatosi durante lo svolgersi di una delle più importanti attività rurali nell’Italia Centrale della prima metà del Novecento: “la mietitura in Maremma”. Per l’appunto, non riuscendosi a trovare manodopera locale, molte aziende facevano ricorso a mietitori delle regioni vicine; si trattava di un lavoro duro, a cottimo per guadagnar quattro soldi in più, con persone emigrate da zone anche lontane. In quell’estate la necessità spinse ad accettare il lavoro perfino una donna negli ultimi giorni di gravidanza. Presa dalle doglie, fatta sdraiare all’ombra di una quercia, su un giaciglio di giacche e camicie poste sopra uno strato di paglia, attorniato da covoni posti in piedi, come riparo contro occhi indiscreti, con l’aiuto di altre donne, mentre gli uomini attendevano attoniti, dopo urla e strepitii, quella donna partorì un bel maschietto. Tutti furono felici di essere stati testimoni di uno dei più begli eventi della vita, con generoso esempio di profondi sentimenti di umanità e di solidarietà tra gente contadina. Un unico rammarico: mentre le gesta delle mondine del riso sono assurte alla storia, quelle dei mietitori in Maremma, seppur numerose ed importanti, sono tutte cadute nel dimenticatoio!

    Il secondo riguarda la consuetudine di alcune famiglie contadine, durante le veglie serali invernali, di far leggere dai ragazzi ad alta voce qualche piacevole storia. Nel leggere i Promessi sposi, in terza elementare, l’autore si trovò alle prese con le pagine sulle “malerbe” dell’orto di Renzo: i logli, i farinelli, gli amaranti, le acetoselle. Erbe che i suoi, pur contadini, non conoscevano perché – gli dice la mamma – “Noi non abbiamo mica studiato!”. Quella consapevolezza dolce-amara della madre diventa lo scatto d’orgoglio del figlio. Capisce che lo studio è l’unica arma per conoscere, per non esser più un contadino ignorante, per allontanare da sé e da intere generazioni di coloni l’appellativo con intento dispregiativo di “bifolco”, troppe volte subito. Egli capì che la conquista della “conoscenza” era l’unico strumento per rendere la propria vita migliore. È lo studio il solo riscatto possibile. Per lui diventa una molla formidabile che lo sosterrà per tutto il lungo percorso scolastico.

    Terzo aneddoto: racconto la grande lealtà ed amicizia che esisteva tra avversari politici nel dopoguerra, negli anni delle più aspre lotte tra democratici cristiani e comunisti, alla stregua delle storie di Guareschi su don Camillo e l’onorevole Peppone, in grande contrasto con la freddezza che caratterizza il comportamento di tanti politici di oggi. Il figlio del segretario del partito comunista Benito, divenuto proprietario di un trattore, cominciò ad andare ad arare i campi per terzi, facendosi aiutare da un amico senza assicurazione. Un grave incidente subito da quest’ultimo rischiava di mandare sul lastrico la famiglia del segretario, se non fosse stato per l’altruismo di un dirigente della Democrazia Cristiana: Mimmo, titolare di una assicurazione, che solo sulla base di un colloquio aveva stipulato l’assicurazione all’insaputa dell’avversario. È facile immaginare la gioia reciproca quando Mimmo informò Benito della copertura assicurativa. Un abbraccio condito da due profondi pianti di gioia. Il giorno dopo, tuttavia, Benito e Mimmo erano lì a scontrarsi aspramente, senza parar colpi, per i contrasti di partito. Che bell’esempio! Che magnifico modello di lealtà, di amicizia, di stima personale, al di là dei convincimenti politici!

     

    Quale messaggio vuoi lanciare ai lettori?

    Il mio messaggio è rivolto ai giovani, con la speranza che questa storia possa contribuire a dare forza a quelli che si trovano in difficoltà, rincuorare quanti si sentono persi, spingendoli a perseguire scelte giuste ed oneste e su queste perseverare, perché solo così potranno pretendere con diritto il riconoscimento del loro valore e trovare soddisfazione. Essi debbono prendere coscienza e avere consapevolezza che la società ha bisogno di loro, ma anche che devono studiare e studiare per aprire la mente, avere uno sguardo aperto sul mondo, abbandonare il gregge tra cui la società tende a ricondurci. La forza di volontà e l’intensità con cui si vogliono raggiungere gli obiettivi che ci si dà, sono determinanti nel successo della propria vita. Il rapporto con gli altri dipende da noi stessi. Il racconto vuole anche essere un plauso alla scuola di allora, autorevole, attenta e illuminata.

    Infine un invito ai politici e a quanti guidano le Istituzioni affinché si adoperino ad incoraggiare i giovani, ad indirizzarli, ad aiutare quelli ‘bisognosi’, permettendo a tutti di lottare alla pari contro le asperità e le difficoltà del futuro che li aspetta.

     

    Dove è possibile acquistare il libro?

    • On line, attraverso piattaforma “www.ibs.it”, procedendo con “Aggiungi al carello”;
    • Via email (info@magalinieditrice.it), chiedendolo direttamente alla Casa Editrice Magalini (indicando il Codice Fiscale), con pagamento dopo la consegna all’Iban che verrà fornito.
    • A Viterbo, presso la Libreria dei Salici, in Via Cairoli, 35.