CIVITAVECCHIA – La tradizione dei Penitenti, nell’ambito della processione del Cristo Morto, ha antiche origini. Nella prima metà del XVII secolo il Pontefice insignì l’Arciconfraternita del Gonfalone di Civitavecchia, allora attiva nell’assistenza dei condannati nelle carceri del Porto, del potere di concedere annualmente la grazia ad alcuni di coloro che dovevano essere giustiziati. La tradizione che ci è stata tramandata vuole che tutti i condannati a morte venissero convocati e fossero incappucciati per non farsi riconoscere. Nel caso in cui sentivano il tocco di una mano sulla loro spalla, quello era il segnale che avevano ottenuto la grazia, quindi il raggiungimento dell’agognata libertà in un “ritorno alla vita”.
Padre Labat, agli inizi del ‘700, fu testimone oculare della processione del Cristo Morto e descrisse le punizioni corporali che i Condannati infliggevano su loro stessi, per espiare gravi colpe, fustigandosi con “grande effusione di sangue”. Le punizioni corporali risalgono al periodo storico in cui visse a Gerusalemme Re Salomone (tra il 1011 a.C. e il 931 a.C.), terzo Re d’Israele, secondo figlio di Re Davide e Betsabea, regnò su Israele per 40 anni circa, dal 970 al 930 a.C.
Oggigiorno non vediamo “effusioni di sangue” come descritto circa tre secoli fa da Labat ma, in un’ottica di evoluzione del metodo, possiamo percepire – seppure come spettatori – l’aspetto relativo al dolore e alla fatica. Basti pensare alle modalità attraverso le quali gli “incappucciati penitenti” affrontano la Processione: completamente scalzi, indossando pesanti catene alle caviglie e portando in spalla una croce di legno.
Foto di Manola Solfanelli




