SVIZZERA – La Svizzera viene spesso identificata con alcuni elementi riconoscibili: le Alpi, i laghi, gli orologi, il cioccolato, la puntualità dei treni e la qualità dello spazio urbano. È un’immagine fondata, ma incompleta. La storia del Paese mostra infatti un territorio meno chiuso di quanto suggerisca la sua geografia. Le Alpi hanno costituito una barriera, ma anche un sistema di passi; i fiumi hanno collegato regioni e mercati; i laghi sono stati vie di comunicazione; le città sono cresciute nei punti in cui queste direttrici si incontravano.
Anche la composizione culturale del Paese riflette questa posizione. Le aree germanofona, francofona e italofona, insieme alla regione romancia, non sono soltanto divisioni linguistiche: corrispondono a storie economiche, politiche e culturali differenti, continuamente entrate in relazione. La Svizzera contemporanea è il risultato di questa pluralità interna e dei rapporti costanti con i Paesi vicini.
Un itinerario fra Basilea, Berna, Thun, San Gallo e Zurigo permette di leggere questa storia attraverso cinque città diverse. Il filo conduttore non è uno stile architettonico comune, ma il rapporto fra insediamento e territorio: il Reno a Basilea, l’Aare a Berna, il lago e il fiume Aare a Thun, il monastero e le reti commerciali a San Gallo, il fiume Limmat e il lago a Zurigo. A queste strutture geografiche si sovrappongono, nel tempo, commercio, religione, industria, mobilità, ricerca, immigrazione e cultura.

Basilea è il punto di partenza di questo viaggio. Il fiume Reno colloca la città all’estremità nord-occidentale della Svizzera, a pochi chilometri da Germania e Francia. La sua posizione è una delle ragioni della lunga storia dell’insediamento. Le prime tracce di presenza umana risalgono al Paleolitico medio, circa 130.000 anni fa. Sul Münsterhügel, la collina oggi dominata dalla cattedrale, i Raurici fortificarono l’insediamento nel I secolo a.C. con un Murus Gallicus. L’archeologia mostra un’occupazione legata già in quel periodo storico al controllo del territorio e delle vie di comunicazione.
In epoca romana Basilea entrò nella rete di insediamenti del Reno e nei secoli successivi sviluppò una struttura urbana legata alla presenza episcopale, al fiume e ai traffici commerciali. Il Münster, consacrato nel 1019, divenne uno dei principali riferimenti monumentali della città. Nel XIII secolo fu costruito un ponte sul Reno e la città si sviluppò progressivamente sulle due rive. Nel 1392 Grossbasel e Kleinbasel furono riunite, consolidando una struttura urbana che ancora oggi si comprende soprattutto attraverso il rapporto con il fiume.
Il 18 ottobre 1356 un terremoto colpì duramente Basilea. Alle scosse seguirono incendi e crolli; il danno interessò edifici, fortificazioni e abitazioni. La ricostruzione modificò anche il sistema difensivo: fra il 1362 e il 1398 venne realizzata una nuova cinta muraria esterna che inglobò le periferie fortificate. Le porte ancora conservate, fra cui Spalentor, sono quindi anche documenti della trasformazione urbana successiva alla catastrofe.
Basilea mostra con chiarezza come il commercio possa trasformarsi in infrastruttura culturale. Il Concilio di Basilea, riunito fra 1431 e 1448, portò in città ecclesiastici e visitatori provenienti da diverse parti d’Europa. Nel 1460 fu fondata l’Università, la più antica della Svizzera. Le fiere, il porto fluviale, la produzione della carta e la stampa crearono condizioni favorevoli alla circolazione dei testi. Intellettuali del calibro di Erasmo da Rotterdam affidò importanti pubblicazioni al tipografo Johannes Froben; Hans Holbein il Giovane lavorò in città; Albrecht Dürer vi soggiornò.
La cultura umanistica e quella religiosa entrarono presto in conflitto. Nel 1529 Basilea aderì alla Riforma promossa da Johannes Oekolampad. I monasteri furono chiusi, i beni ecclesiastici confiscati e il Bildersturm del 9 febbraio portò alla distruzione di numerose immagini religiose. La trasformazione confessionale ebbe conseguenze dirette sul patrimonio artistico e sugli spazi della città.
Nei secoli successivi mutò la funzione economica del territorio. La produzione e il commercio dei nastri di seta rafforzarono i rapporti con altri centri europei; in seguito la chimica e la farmaceutica portarono Basilea verso una nuova specializzazione industriale. Il passaggio non fu lineare né automatico, ma costruì progressivamente una città nella quale commercio, industria, università e ricerca continuarono a sostenersi reciprocamente.
Questa stratificazione è ancora leggibile nell’architettura. Il centro medievale non è separato dalla città contemporanea: vi convivono edifici storici e interventi di architettura moderna e contemporanea. Basilea è il primo esempio di una caratteristica che ricorrerà lungo tutto il viaggio: la conservazione non coincide necessariamente con l’immobilità.

Da Basilea si può seguire il fiume Aare verso Berna. Qui il fiume cambia funzione. Se il Reno aveva dato a Basilea una dimensione commerciale internazionale, l’Aare determina soprattutto la forma della città. Berna viene fondata nel XII secolo su una penisola circondata dal fiume e cresce attraverso successive estensioni pianificate. Strade ampie, lotti stretti e profondi e funzioni urbane distribuite in base a un disegno coerente sono ancora leggibili nel centro storico.
È questa continuità urbanistica, più che la semplice presenza di monumenti, a spiegare l’iscrizione della città vecchia nella Lista del Patrimonio mondiale UNESCO nel 1983. UNESCO considera Berna un esempio significativo di città medievale il cui impianto è stato conservato pur attraverso continue trasformazioni. Gli edifici appartengono a epoche diverse: le arcate risalgono in parte al XV secolo, le fontane monumentali al XVI, mentre gran parte degli edifici oggi visibili fu trasformata o ricostruita nel XVIII secolo.
L’identità urbanistica di Berna deriva dalla capacità di modificare il patrimonio costruito senza cancellare il disegno originario. Le Lauben, i portici che accompagnano le strade del centro, sono un buon esempio di questa continuità fra forma e uso: offrono uno spazio protetto per il commercio e per la circolazione pedonale e costituiscono ancora oggi una parte essenziale della vita urbana.
Anche l’Aare partecipa a questa struttura. Le rive e le pendici verdi separano e nello stesso tempo collegano il centro storico con il paesaggio circostante. Il riconoscimento UNESCO comprende non soltanto gli edifici, ma l’intero sistema urbano storico e il suo rapporto con il territorio. La città federale, divenuta capitale della Confederazione nel 1848, ha continuato a crescere senza cancellare il proprio impianto medievale.

Seguendo l’Aare verso sud si arriva a Thun, dove il fiume entra nel lago omonimo e il rapporto fra città e territorio assume una configurazione diversa. Thun occupa una posizione di passaggio fra il lago, il corso dell’Aare e le vie dirette verso l’interno alpino. In questo territorio la geografia crea un nodo fra ambienti diversi.
Il castello, ubicato sopra il centro storico, rende visibile la dimensione politica di questo nodo. La forte presenza della fortificazione degli Zähringen ricorda che il controllo di una città significava anche controllare le vie di accesso e il territorio circostante. La massa del castello e la sua posizione sopra l’abitato costituiscono una forma di rappresentazione del potere, oltre che una struttura difensiva.
A Thun il rapporto con l’acqua rimane evidente nella rete di ponti, rive e percorsi che attraversano il centro. Il lago apre il paesaggio verso le montagne; l’Aare organizza la città; il castello introduce una componente verticale. L’immagine urbana nasce dall’interazione di elementi geografici e costruiti che hanno funzioni differenti ma si confrontano reciprocamente.
Questo rapporto fra ambiente e insediamento ha una storia antica. I siti palafitticoli riconosciuti dall’UNESCO mostrano che le rive dei laghi e dei corsi d’acqua alpini erano utilizzate per insediamenti già fra circa 5000 e 500 a.C. Il patrimonio è transnazionale e comprende 111 siti distribuiti in sei Paesi, 56 dei quali in Svizzera. Le condizioni di conservazione offerte dai terreni saturi d’acqua hanno permesso di studiare le abitazioni, l’agricoltura, l’allevamento, le tecnologie, il commercio e l’alimentazione delle comunità preistoriche. La relazione fra acqua, produzione e scambio è presente nel territorio alpino.

Da Thun il viaggio prosegue verso nord-est, a San Gallo. Qui cambia il principale elemento organizzatore dello spazio. Non è più un fiume a dominare la lettura della città, ma un’istituzione: la celebre quanto abbazia.
Il complesso monastico è stato riconosciuto patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1983. La sua importanza deriva dalla continuità di circa dodici secoli e dalla capacità del monastero di funzionare come centro religioso, culturale e produttivo.
La Pianta di San Gallo, datata all’inizio del IX secolo, è uno dei documenti più importanti per comprendere questa organizzazione. Essa rappresenta un modello ideale di abbazia benedettina: chiesa, chiostri, dormitorio, refettorio, infermeria, orti, laboratori e strutture agricole sono pensati come parti di un unico sistema. UNESCO la considera il principale documento superstite per comprendere l’organizzazione ideale di un grande monastero.
La biblioteca conserva un altro livello della stessa storia. Il monastero fu un centro di riproduzione e conservazione dei manoscritti; la scrittura costituiva una vera infrastruttura del sapere. Fra il 1755 e il 1768 il complesso venne ricostruito in forme barocche, trasformando anche la biblioteca in uno spazio rappresentativo.
Il cambiamento è significativo: il monastero medievale organizzava la produzione e conservazione del sapere; il complesso barocco rende quel sapere visibile attraverso architettura, decorazione e scenografia.
Sotto questa architettura rimane un altro archivio, quello archeologico. Le diverse fasi costruttive dell’abbazia testimoniano una trasformazione continua del complesso. L’edificio attuale incorpora e nasconde le stratificazioni di epoche passate.
San Gallo permette di introdurre un altro elemento che ricorre nella storia svizzera: la produzione tessile. La città e la regione hanno sviluppato una lunga specializzazione nella manifattura e nel commercio dei tessuti, collegandosi ai mercati europei. Anche qui, dunque, la cultura locale si forma attraverso una combinazione di istituzioni interne e relazioni esterne.

Il nostro percorso si conclude a Zurigo, dove il rapporto fra territorio, economia e mobilità raggiunge una dimensione metropolitana. La città è organizzata intorno al fiume Limmat e al lago di Zurigo. Il nucleo medievale si sviluppa sulle due rive del fiume, mentre gli edifici religiosi Grossmünster, Fraumünster e St. Peter costituiscono i principali riferimenti monumentali.
Nel XVI secolo la città diventa uno dei centri della Riforma attraverso Huldrych Zwingli. Anche qui il cambiamento religioso modifica il ruolo degli edifici ecclesiastici e il rapporto con le immagini. Ma il Fraumünster dimostra come il patrimonio possa essere reinterpretato senza perdere la propria stratificazione: alla struttura di origine medievale si aggiungono nel XX secolo le vetrate di Marc Chagall e Augusto Giacometti.
L’Ottocento produce una trasformazione più radicale. L’espansione economica e demografica porta alla demolizione delle fortificazioni e alla costruzione di nuovi quartieri. La città medievale viene progressivamente aperta a una nuova scala urbana.
Il caso del Kratzquartier è significativo. Durante la trasformazione del quartiere e di altre parti della città, nel 1877 il Consiglio comunale stabilì che gli edifici importanti interessati da demolizioni o modifiche dovessero essere fotografati. Quel provvedimento è considerato all’origine dell’Archivio di storia edilizia della città di Zurigo. La documentazione nasce nel momento stesso in cui la modernizzazione sta cancellando una parte del tessuto storico.
Zurigo offre anche un esempio di apertura culturale legata alle condizioni politiche della Svizzera. Durante la Prima guerra mondiale la neutralità del Paese favorì la presenza in città di numerosi emigrati e rifugiati. Il 5 febbraio 1916 Hugo Ball inaugurò il Cabaret Voltaire nella Spiegelgasse. Il locale rimase attivo fino a giugno e divenne uno dei luoghi di origine del Dadaismo, con la partecipazione, fra gli altri, di: Emmy Hennings, Tristan Tzara, Hans Arp e Marcel Janco.
L’episodio è coerente con la storia precedente della città. Zurigo aveva già funzionato come luogo di confronto religioso e commerciale; nel Novecento diventa anche luogo di incontro fra artisti e intellettuali provenienti da Paesi in guerra. La neutralità non è da intendersi come isolamento, ma produce una particolare forma di apertura internazionale.
A questo punto il viaggio può essere letto attraverso un elemento apparentemente secondario ma in realtà molto concreto quale la cucina. La gastronomia svizzera mostra, su una scala quotidiana, la stessa combinazione di differenze regionali e scambi esterni.
La cucina varia fra le diverse aree linguistiche e culturali e risente delle influenze tedesche, francesi e dell’Italia settentrionale. Molti piatti hanno superato i confini regionali. Rösti, fonduta e raclette, nati in contesti territoriali specifici, sono oggi diffusi in tutto il Paese.
La fonduta è un esempio interessante anche dal punto di vista linguistico: il termine deriva dal francese fondre, “fondere”. Il rösti, invece, è diventato una preparazione nazionale pur conservando una forte associazione con la Svizzera tedesca. A Zurigo si aggiunge lo Zürcher Geschnetzeltes, mentre a Basilea il Basler Läckerli richiama una tradizione dolciaria legata alla storia commerciale della città.
La gastronomia racconta come una specialità possa nascere in una regione, attraversare i confini linguistici e diventare patrimonio comune. Secondo il Dipartimento federale degli affari esteri, circa 400 prodotti sono oggi riconosciuti come parte del patrimonio gastronomico svizzero.
Anche le città contemporanee rendono evidente questa apertura. I flussi migratori hanno portato nelle aree urbane cucine italiane, portoghesi, spagnole, balcaniche, turche, mediorientali e asiatiche. Il fenomeno è parte del più generale processo attraverso il quale le città svizzere sono diventate nodi internazionali.
La gastronomia diventa antropologia del cibo. Le ricette conservano condizioni ambientali, economie agricole, tecniche di conservazione e identità regionali; nello stesso tempo incorporano ingredienti, pratiche e influenze provenienti dall’esterno.
Lo stesso principio si ritrova nel patrimonio culturale nazionale. La Svizzera conta oggi 13 siti UNESCO, nove culturali e quattro naturali. La lista comprende città storiche, monasteri, paesaggi agricoli, siti archeologici, ferrovie, sistemi urbani legati all’orologeria, opere dell’architettura moderna e grandi paesaggi naturali.
Il caso di Lavaux è particolarmente significativo. I terrazzamenti viticoli sulle rive del Lago Lemano risalgono nella loro forma attuale almeno all’XI secolo e sono il risultato di una lunga interazione fra agricoltura, insediamento, monasteri, infrastrutture e mercato enologico. UNESCO li considera un paesaggio culturale nel quale l’ambiente è stato progressivamente trasformato dall’attività umana.
La ferrovia retica dell’Albula e del Bernina mostra la stessa relazione a una scala diversa. La linea dell’Albula fu aperta nel 1904 e il sistema ferroviario riconosciuto dall’UNESCO nel 2008. Ponti, gallerie, viadotti e tracciati ferroviari hanno contribuito a ridurre l’isolamento delle comunità alpine e hanno modificato il rapporto fra popolazione, mobilità e paesaggio.
La modernizzazione svizzera può essere letta anche attraverso l’ingegneria del territorio. Ferrovie, ponti e tunnel hanno reso attraversabili aree che la geografia rendeva difficili da collegare. L’infrastruttura non è rimasta esterna al paesaggio, ma ne è diventata parte integrante.
Lo stesso vale per l’urbanistica: Berna conserva l’impianto medievale; Basilea combina tessuto storico e architettura contemporanea; Zurigo mostra la trasformazione della città fortificata in metropoli; San Gallo conserva un complesso monastico che ha organizzato per secoli una parte della vita urbana; Thun mantiene leggibile il rapporto fra città, lago, fiume e castello.
La Lista UNESCO comprende inoltre La Chaux-de-Fonds e Le Locle, riconosciute nel 2009 per il loro impianto urbano legato alla produzione di orologi, e l’opera di Le Corbusier, iscritta nel 2016 come patrimonio transnazionale del Movimento Moderno. Anche in questi casi il patrimonio riguarda sistemi produttivi, forme urbane e nuovi modi di organizzare lo spazio.
La Svizzera che emerge dal viaggio rappresenta un territorio di stratificazioni. L’archeologia mostra ciò che rimane sotto le città; l’urbanistica permette di leggere come gli insediamenti siano stati organizzati; la storia dell’arte registra i cambiamenti nella religione e nella cultura; la gastronomia conserva e rielabora le differenze regionali; le infrastrutture raccontano la progressiva capacità di attraversare il territorio.
Basilea e Zurigo mostrano soprattutto l’apertura verso l’esterno: il Reno, il commercio, l’università, la stampa, la finanza, la ricerca, le migrazioni e le avanguardie. Berna mostra la capacità di conservare una struttura urbana antica adattandola alle funzioni di una capitale moderna. Thun evidenzia il rapporto fra città e paesaggio alpino. San Gallo conserva la lunga storia di un centro religioso e culturale diventato anche centro produttivo.
Le cinque città non formano quindi una sequenza di luoghi culturali, ma una rete di relazioni: i fiumi collegano; i laghi aprono; le montagne impongono percorsi; le infrastrutture riducono le distanze; i mercati favoriscono gli scambi; le università e le istituzioni culturali fanno circolare le idee; la cucina assorbe e trasforma gli incontri. La Svizzera è stata, e continua a essere, un territorio nel quale l’attraversamento ha prodotto forme di organizzazione politica, economica e culturale.
Il punto non è quindi contrapporre una Svizzera “tradizionale” a una Svizzera “moderna”. Le due dimensioni convivono. Il centro medievale di Basilea può trovarsi accanto alla ricerca farmaceutica; le strutture medievali di Berna sono inserite nella capitale federale; il castello di Thun convive con una città turistica e con una regione fortemente infrastrutturata; l’abbazia di San Gallo rimane un centro della memoria mentre la città continua a trasformarsi; la Zurigo medievale è oggi parte di una metropoli finanziaria e culturale.
Anche il cibo segue questa logica: una fonduta può essere contemporaneamente una specialità regionale e un simbolo nazionale; un prodotto locale può entrare nei circuiti internazionali; una cucina urbana può incorporare tradizioni provenienti da altri Paesi.
È questa capacità di tenere insieme differenza e scambio a rendere leggibile la Svizzera contemporanea: uno spazio nel quale geografia, storia e mobilità hanno prodotto nel tempo una società articolata.
Basilea, Berna, Thun, San Gallo e Zurigo mostrano cinque forme diverse di questa stessa condizione. Il Reno, l’Aare, il lago, il monastero e la Limmat non sono soltanto elementi del paesaggio: sono strutture attraverso le quali si possono leggere commerci, poteri, insediamenti e trasformazioni.
Il Paese dei passaggi è, in questo senso, un Paese di connessioni. La sua identità si è formata all’interno, attraverso il rapporto fra regioni e lingue diverse, e all’esterno, attraverso scambi continui con l’Europa. È questa doppia apertura, più che l’immagine rassicurante delle cartoline, a spiegare la continuità della storia svizzera.




