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    “Da sbirro a investigatore” intervista allo Storico Dott. Giulio Quintavalli

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    ROMA – Intervista esclusiva rilasciata al quotidiano web di cultura “Le Muse News” dallo Storico Dott. Giulio Quintavalli autore della pubblicazione Da sbirro a investigatore. Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande Guerra.

    Come nasce la passione per la storia?

    Credo di averla sempre avuta; ricordo da fanciullo, erano gli anni ’70, le lunghe chiacchierate con mio padre – recentemente scomparso – sull’Antica Roma, il medioevo, le visite a siti archeologici e ai musei, le pacche sulle spalle dei reduci della guerra, anche la Prima.

    Quale argomento affronti nella tua pubblicazione?

    La professionalizzazione della Polizia di Stato in età liberale, in particolare dagli anni Ottanta dell’Ottocento alla Grande guerra. Un periodo particolarmente fecondo per il giovane Regno d’Italia che, finalmente unito, può rivolgere le sue energie per migliorare le condizioni sociali del Paese e, di conseguenza, l’ordine e la sicurezza pubblica, particolarmente carenti nel Sud e nelle grandi città. L’urbanizzazione stimolale élites urbane e gli abitanti dei maggiori centri urbani – dove si ammassano poveri, lavoratori stagionali, disoccupati, e dove il crimine trae manovalanza – a chiedere al governo più sicurezza. Per questo la Polizia italiana, spinta dalla ricerca di nuovi metodi e prassi per modernizzarsi, inizia a confrontarsi con altri analoghi istituti, come Scotland Yard, famosa polizia di Londra nota per efficienza e per aver riscritto i “ferri del mestiere” del poliziotto.

    Perché la scelta di questo argomento?

    Per due ragioni; personale e “sociale”. La prima è che chi, come me, è uno studioso di storia, condivide l’opinione che lo storico è un po’ poliziotto e un po’ giudice: poliziotto perché cerca le prove e gli indizi, giudice perché cerca di interpretarli per ricostruire il fatto. Racchiudo (immeritatamente) ambedue i ruoli: poliziotto per professione (all’Ufficio Storico della Polizia di Stato) e storico per diletto, anche se con pedigree (Laurea magistrale in Storia e Società) confermato dall’essere autore e coautore di numerosi articoli su alcune riviste dei Corpi dello Stato.

    A ben vedere, credo con questo mio lungo e faticoso impegno di assolvere un obbligo morale con la Polizia, alla quale devo enormi soddisfazioni, un definito ruolo sociale, incarichi gratificanti, stabilità economica. In breve credo di percorrere una forma poco battuta di rispetto dell’Istituzione con gli “strumenti”- cultura, ricerca, passione, scrittura – che più mi tornano utili.

    Lo devo anche agli sfortunati colleghi avversati dalla sorte, ai quali dedico il volume.

    Ci vuoi raccontare alcuni aneddoti del libro?

    Alcuni elementi di non poco conto sono frutto dei racconti del nonno paterno, mio omonimo, entrato in polizia nel 1920. Lo persi quando ero fanciullo ma mio padre, scomparso anch’egli, mi raccontava spesso del lavoro (delicato e qualificato) del genitore, investigatore esperto nelle telecomunicazioni speciali. Papà raccontava che nei primissimi anni Venti l’Italia vantava nel settore un know how di punta tanto che le invenzioni e i brevetti marcati Marconi, Olivetti e da altri tecnici erano invidiati all’estero. Tra queste applicazioni l’ellerogramma o trasmissione a distanza delle immagini (il nonno del fax), brevettato da Umberto Ellero e utilizzato dalla polizia per la ricerca di evasi,criinali … Con un po’ di fortuna – condita da sane dosi di pazienza – ho scovato il brevetto e alcune pubblicazioni sull’argomento, praticamente dimenticato. Insomma, ho unito la memoria familiare con il rigore metodologico.

    Quale è il tuo pensiero rispetto all’argomento storico da te affrontato?

    Affronto a petto nudo un tema inesplorato e complesso: l’evoluzione del patrimonio immateriale (mentalità, saperi, cultura professionale, pratiche, metodi…) e dei “ferri del mestiere” dell’investigatore di polizia giudiziaria; ho dovuto pertanto elaborare una strategia concettuale complessa dove i fatti e gli avvenimenti sono considerati in ragione della mentalità di chi li ha posti in essere in quanto l’attività investigativa, specie di natura politica (che durante la Grande guerra e nel periodo immediatamente successivo, segnato dal diciannovismo e dal sovversivismo, diventa fondamentale per la tenuta delle istituzioni), non si fonda solo sulla (pur necessaria) conoscenza di norme, procedure e prassi operative, ma sulla capacità di adottare strategie di azione che chiamano in causa capacità cognitive complesse (frutto di esperienza, di capacità di riflessione critica sulle esperienze effettuate, di intuizione, di comprensione della specificità dei contesti, di immedesimazione nell’autore del fenomeno da contrastare per prevederne le mosse e contenerne le conseguenze…) non facili da codificare e da trasmettere ad altri.

    In sostanza, ho cercato di rintracciare nel “modo di fare e di pensare” del poliziotto di fine Ottocento il DNA che, per personale conclusione, troviamo oggi negli investigatori (reali o delle numerose fiction che stanno spopolando da tempo nel cinema e nella TV).

    Essendo il mio studio storico rigorosamente documentato (peraltro elaborazione della tesi di Laurea Magistrale), per scelta metodologica non mi sono rivolto alla pur copiosa letteratura d’evasione poliziesca  (a chi non viene in mente Arthur Conan Doyle?) perché pochi si ricordano che è la sua creatura Sherlock Holmes è  un personaggio di fantasia tanto  da visitarne (a pagamento) l’ufficio, lo Sherlock Holmes Museum, a Londra, Baker Street, n°239.

    Pochi sanno che Scotland Yard è stata realmente e sin dagli anni Trenta dell’Ottocento un’istituzione ammirata per zelo ed efficienza dai governi più progrediti d’Europa.

    Tanto che, intorno al 1850, il Granducato di Toscana inviò a Londra una missione governativa di studio per comprenderne trucchi e segreti, seguita negli anni Ottanta da un’altra del Regno d’Italia. Un fatto da cui prende avvio il percorso storico della monografia che, a giudizio di chi l’ha letta, odora di tabacco, revolver, bombetta e tesserino: Giulio Quintavalli, Da sbirro a investigatore – Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande guerra. 280 pagine, 900 note, oltre 100 immagini tra colori e b/n.

    Il prezzo di copertina è di 32 euro ma per l’acquisto a prezzo agevolato rivolgersi all’editore: Aviani & Aviani editori, 2017 (c/o Arti grafiche Fulvio srl), viale Tricesimo 184/7, 33100 Udine; www.avianieditori.com, email avianifulvio@gmail.com, tel. 0432 884057,fax: 0432 479918.

    Nelle foto gentilmente concesse: lo Sbirro italiano e il detective inglese (disegno di Gigi Simeoni) e immagine di copertina.

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